Don Pasquale

Tornami a dir che m’ami,dimmi che mio tu sei;

quando tuo ben mi chiami

la vita addoppi in me.

La voce tua sì cara

rinfranca il core oppresso:

sicura a te dappresso,

tremo lontan da te

 

 

Mi reco a teatro domenica pomeriggio per assistere alla terza replica del Don Pasquale, un’opera buffa in tre atti, con la musica di Gaetano Donizetti,  in scena al Teatro Verdi nell’ambito della Stagione Lirica e di Balletto 2022 da  venerdì 1 aprile. 

Fin da fuori teatro assisto a uno spettacolo di pubblico: donne giapponesi, italiani incuriositi, evidenti gruppi arrivati con le corriere e non da ultimo, il consueto pubblico triestino.

Tra tutti alcuni ragazzini, troppo pochi per un’opera così promettente.

Entro in sala e vengo accompagnata da solerti e gentili maschere che ci accompagnano nel palco a noi riservato.

Noterò, forse per la prima volta, i sovratitoli anche in inglese e ripenserò alle giapponesine viste fuori il teatro ed ai pulman di turisti e la riterrò una saggia decisione.

Entrano i musicisti ed iniziano a suonare. Alla fine del prologo musicale però, dall’alto di un palco di fronte a noi, cade un cellulare acceso su di una musicista intenta a seguire il maestro. Per un attimo il tutto si ferma ed il pubblico rimane col fiato sospeso. I soccorsi porteranno la malcapitata in ospedale mentre lo spettacolo proseguirà.

Inutile ricordare al pubblico che le riprese non sono permesse durante lo spettacolo, mentre tutti sperano nella pronta guarigione fortunata della malcapitata.

Il palcoscenico quindi si alza e con lui la scritta Don Pasquale che capeggiava su di esso scompare per lasciar spazio a alla scena ed agli interpreti principali.

Fin da subito la gioia esplode nel vedere la bellezza dei colori pieni: rosso giallo blu e verde, proiettati sullo sfondo si alternano come scendono i sipari riportanti disegni fumettistici dello stile anni sessanta.

Gianni Marras racconterà che proprio in quegli anni ha voluto ambientare l’opera e lo dimostra chiaramente in ogni scena: dal salone della parrucchiera ( dove inaspettatamente da un pannello uscirà un gancio per appendere la borsetta, rendendo con una semplice mossa, tridimensionalità ad una superficie) alla scelta degli elettrodomestici in voga in quel periodo, dalla vespa che entra proprio in scena, allo stile degli abiti e perfino ci sarà un riferimento allo sbarco sulla Luna  riportato in scena con un Ernesto astronauta.

Tutto ruota in quegli anni, ogni riferimento ci riporta in un mondo dove il consumismo scoppiava, così come la bramosia della sposina dell’anziano Don Pasquale.

Gli stessi abiti poi, abbinati a deliziose scarpe, saranno oltre che adattati all’epoca, di colori sgargianti e linee quasi fumettistiche; a tratti anche dei sipari si rifaranno alle famose strisce, nate proprio in quegli anni insieme a scritti onomatopeici di gulp e gasp, ben allineati agli schiaffi volanti dell’opera. I disegni dei mobili d’epoca lasceranno spazio a pannelli con design di mobili d’avanguardia sessantottina: persino i quadri del salotto ricordano fortemente i ritratti di Picasso dell’epoca cubista. Ogni dettaglio verrà curato, ogni riferimento non sarà casuale.

Anche il coro, nei suoi movimenti sincronizzati, esibirà una coreografia di domestici, dove pure la mascherina bianca, parrà esser costume di scena.

Che dire poi dell’arrangiamento di un pezzo stile Elvis Presley? Incredibilmente divertente, così come gli accenni di twist. Un continuo collegamento artistico tra cinema e teatro, dove Donizetti sembra adattarsi alla perfezione. Un racconto musicale di una storia d’amore ostacolata, narrata nella Roma più consueta agli occhi dei turisti, fa calzare a pennello l’immagine degli italiani, perchè è proprio vero che lo straniero ci vede ancora così, un pò incoscienti e molto allegri, in un paese dove la bellezza storica dei monumenti a cielo aperto, permette ai suoi cittadini il sorriso di un viaggio spensierato su di una motocicletta, senza casco e senza rispetto delle regole semaforiche, ma questa volta a guidare la mitica vespa, sarà una donna, bellissima e con un foulard e occhiali scuri addosso, proprio come si vedeva un tempo nei film.

Dunque questo è stato il sublime contorno, che ha arricchito un’opera eseguita da protagonisti validissimi non soltanto come cantanti, ma anche nel ruolo di attori e mimi. La loro interpretazione è stata veramente completa. Artisti che si sono esibiti singolarmente ma anche in una coralità di voci a creare un unicum delizioso.

Ecco per quale motivo mi sono lamentata nel dire, all’inizio del discorso, che purtroppo c’erano pochi ragazzini.

Mia figlia ed un suo compagno di liceo erano andati a vedere l’opera qualche giorno prima e l’avevano trovata bellissima: come dar loro torto? A mio avviso questo tipo di opere liriche andrebbero proposte maggiormente alle scuole per appassionare i giovani cercando di non far morire un’arte puramente italiana che nel suo paese natio non viene correttamente apprezzata.

Un ritmo serrato per una melanconia che si alterna a comicità. Un chiar di luna che abbaglia e rischiara nelle risate che donano allegria.

Laura Poretti Rizman

 

 

 

 

 

 

 

DON PASQUALE

Sarà Don Pasquale, opera buffa in tre atti, con la musica di Gaetano Donizetti, il prossimo spettacolo in scena al Teatro Verdi nell’ambito della Stagione Lirica e di Balletto 2022, con la prima venerdì 1 aprile alle 20.30. Maestro Concertatore e Direttore Roberto Gianola, regia di Gianni Marras, scene e costumi di Davide Amadei. Maestro del Coro Paolo Longo. Allestimento della Fondazione Teatro Comunale di Bologna, Orchestra, Coro e Tecnici della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste.

Nel cast, Ernesto sarà Antonino Siragusa (1, 3, 7/IV) e César Cortés (2, 5, 9/IV). Norina sarà interpretata da Nina Muho (1, 3, 5, 7 /IV) ed Elisa Verzier (2, 9 /IV). Don Pasquale sarà Pablo Ruiz (1, 3, 5, 7 /IV) e Michele Govi (2, 9 /IV). Il Dottor Malatesta sarà Vincenzo Nizzardo (1, 3, 5, 7 /IV) e Bruno Taddia (2, 9 /IV). Un Notaro Armando Badia, Mimo Daniele Palumbo.

«La commedia all’italiana è questo: trattare con termini comici, divertenti, ironici, umoristici degli argomenti che sono invece drammatici. È questo che distingue la commedia all’italiana da tutte le altre commedie…” (Mario Monicelli). Inizio queste mie note di regia – racconta Marras – citando il grande Monicelli perché, quando iniziai a studiare il Don Pasquale di Donizetti con il mio scenografo/costumista Davide Amadei, ci rendemmo conto che i personaggi di quest’opera buffa erano gli antesignani di quelli che col tempo sarebbero diventati i personaggi interpretati dai comici e dalle soubrette dell’operetta e dell’avanspettacolo; un filone da cui avrebbero attinto personaggi, situazioni e tempi comici anche i registi che hanno dato vita alla “commedia all’italiana”, cioè quel filone cinematografico sorto in Italia nella seconda metà degli anni Cinquanta del Novecento e sviluppatosi nei successivi anni Sessanta e Settanta. Più che un vero e proprio genere, il termine indica un periodo in cui in Italia venivano prodotte principalmente commedie brillanti, ma con dei contenuti comuni come la satira
di costume e l’ambientazione preferibilmente borghese, spesso caratterizzate da una so- stanziale amarezza di fondo che stempera i contenuti comici. E quale opera buffa più del Don Pasquale ricalca queste caratteristiche? Approfondendo lo studio del libretto e dello spartito ci siamo accorti che l’ambienta- zione romana calzava a pennello, nelle varie scene, e trovava numerosi riscontri del periodo dei primi anni ’60 italiani. Come non ritrovare in Totò, Peppino e la malafemmina (1957) i nostri moderni Don Pasquale e il dottor Malatesta? E Norina non è di- ventata poi la Marisa Allasio di Poveri ma belli (1957) o, in giro per Roma magari in Vespa, la Audrey Hepburn di Vacanze romane (1953)? E il ciuffo di Little Tony che canta Cuore matto (1967) non ricorda l’Ernesto che canta la sua serenata Com’è gentil, la luna a mezzo april? È proprio a metà di aprile del 1961 che vediamo il primo uomo nello spazio, Yuri Gagarin, ed è lì che il nostro Ernesto “cercherà lontana terra”, nel tentativo inutile di abbandonare a malincuore la sua Norina che invece, ispirata dalla lettura della storia del “cavalier Riccardo” come fosse il divo del fotoromanzo. Sogno letto in quel periodo da tante ragazze come lei, trama col dottor Malatesta per buggerare il povero zio. Dopo il matrimonio, lo fa impazzire, spendendo e spandendo il suo patrimonio in abiti stile Jacqueline Kennedy, in auto di lusso Ford Thunderbird e invadendo la casa con tutti gli elettrodomestici che erano il segno del “boom economico” di quel periodo, che portò l’Italia ad essere una delle nazioni più ricche del mondo. Al povero Don Pasquale, illuso di aver sposato una onesta “pin-up” scelta dal catalogo che Malatesta gli mostra (“Bella siccome un angelo”) e che scatena in lui “un fuoco insolito” così fortemente virile da fargli apparire la felliniana enorme Anita Ekberg de Le tentazioni del dottor Antonio (episodio del film Boccaccio ‘60 del 1962), non resta che dare ragione alla morale finale che ricorda che “è ben scemo di cervello chi s’ammoglia in tarda età”. E la scritta “FINE” cala in forma di assegno a favore dei due giovani innamorati, portato in scena dal fedele maggiordomo e sottolineato dal ghigno ironico del mitico “Groucho Marx” ingaggiato come finto notaio. Buon divertimento!»

«Donizetti è stato un genio innovatore – sottolinea Gianola – e la sua scrittura va considerata come il culmine della musica italiana nel suo momento di passaggio dal romanticismo del secondo Rossini al romanticismo appassionato che recherà i segni di Verdi. Quest’opera contiene alcune tra le pagine più belle del repertorio lirico di ogni tempo e rimane una delle più rappresentate nei teatri di tutto il mondo».

Al Teatro Verdi di Trieste la prima di Don Pasquale risale alla stagione 1848/1849, in scena negli anni successici altre 16 volte, con oltre 100 rappresentazioni complessivamente, l’ultima in ordine di tempo nel 2015.

Repliche sabato 2 aprile alle 16, domenica 3 aprile alle 16, martedì 5 aprile alle 20.30, giovedì 7 aprile alle 20.30, sabato 9 aprile alle 20.30.

I biglietti sono in vendita presso la biglietteria del teatro, aperta da martedì a sabato dalle 9 alle 16, e nei giorni di spettacolo pomeridiano dalle 9 alle 13 e dalle 18 alle 21. Domenica dalle 10 alle 13, e nei giorni di spettacolo pomeridiano anche dalle 15 alle 16. Chiusura il lunedì. Biglietti in vendita anche sul circuito Vivaticket: www.vivaticket.com/it/acquista-biglietti/verdi-trieste
Attive sempre le scontistiche per i giovani, per la fascia under 30 e per il pubblico tra i 30 e i 34 anni.

Per accedere a teatro è obbligatorio esibire all’ingresso il biglietto nominativo e il super Green Pass (la certificazione conseguente al vaccino o guarigione). Resta in vigore anche l’obbligo di indossare la mascherina ffp2 o ffp3 durante tutto lo spettacolo.

L’opera sarà preceduta dalla prolusione, una presentazione e un approfondimento a cura di Gianni Gori. Appuntamento ad ingresso libero giovedì 31 marzo, alle 18, al Ridotto.

Notizie, foto, video e ulteriori informazioni sull’opera, sono presenti sui canali social ufficiali del teatro: Facebook, Instagram, Twitter, Youtube e Telegram.

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