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Tuesday December 12th 2017

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Gloria in excelsis Deo. Dedicato a don Pino

CANTUS DEI GLORIAE
NOVECENTO SACRO A TRIESTE
GIUSEPPE RADOLE
MARCO SOFIANOPULO
ROBERTO BRISOTTO

PER LA PRIMA VOLTA UN DISCO RIUNISCE LE OPERE DI TRE GRANDI COMPOSITORI DI RIFERIMENTO DEL NOVECENTO SACRO TRIESTINO: TRE DIVERSE GENERAZIONI, TRE MAESTRI DI CAPPELLA DELLA CATTEDRALE DI SAN GIUSTO DALLA META’ DEL NOVECENTO AI GIORNI NOSTRI. LE LORO PAGINE MUSICALI TESTIMONIANO SAPIENZA DI SCRITTURA E CONOSCENZA DEL TESTO SACRO E LITURGICO TRAMANDATO DA UNA TRADIZIONE DI 2MILA ANNI. EDITO DALLA CASA DISCOGRAFICA TACTUS, IL CD SARÀ PRESENTATO IN ANTEPRIMA AL MUSEO SCHMIDL DI TRIESTE GIOVEDÌ 7 DICEMBRE (ORE 17).

gruppo incontro, immagine fornita da Volpe e Sain

Composizioni corali con l’accompagnamento dell’organo e di un ensemble strumentale sono affidate all’interpretazione del Gruppo Incontro di Trieste diretto da Rita Susovsky e all’organista Wladimir Matesic, che esegue anche alcune pagine per organo solo. Le prime esecuzioni “live” di alcuni brani del CD sono in programma sabato 9 dicembre alle ore 20 nella Chiesa Beata Vergine del Soccorso, in occasione del concerto Gloria in excelsis Deo. Dedicato a don Pino”, con il Complesso vocale e strumentale Gruppo Incontro di Trieste.

TRIESTE – Ripercorrere il repertorio della musica “sacra” e liturgica attraverso l’opera di tre compositori di riferimento, tre ‘capiscuola’ di generazioni successive che hanno dimostrato sapienza di scrittura e conoscenza del testo sacro, rendendo omaggio ad una tradizione religiosa antica di Duemila anni: questo il presupposto del nuovo lavoro discografico realizzato per iniziativa del Complesso vocale e strumentale Gruppo Incontro di Trieste con “Cantus Dei Gloriae – Novecento sacro a Trieste”, il CD edito dalla Tactus, che verrà presentato giovedì 7 dicembre al Museo Schmidl di Trieste alle 17, nell’ambito delle celebrazioni per il decennale della scomparsa di don Giuseppe Radole. Pagine musicali di don Radole, insieme a quelle di Marco Sofianopulo e Roberto Brisotto, sono state scelte in questa produzione discografica affidata all’interpretazione del Gruppo Incontro di Trieste e dell’organista Wladimir Matesic, un lavoro «che offre – spiega la curatrice Rita Susovsky – una panoramica di musica sacra legata da un denominatore comune ben preciso: tre compositori che si sono succeduti come maestri di cappella presso la Cattedrale di San Giusto in Trieste dalla metà del Novecento fino ai nostri giorni. Un’ antologia di opere che affianca alle esecuzioni corali con accompagnamento strumentale, i brani organistici dei tre compositori, eseguiti da Wladimir Matesic al pregevole strumento Zanin (2012) della Chiesa di San Giovanni Bosco di Lignano Sabbiadoro (UD)». La prima occasione per ascoltare una parte di queste musiche (quelle di don Radole) sarà sabato 9 dicembre alle ore 20.00 nella Chiesa Beata Vergine del Soccorso con il concerto “Gloria in excelsis Deo – Dedicato a don Pino”, a cura del Complesso vocale e strumentale Gruppo Incontro di Trieste per la direzione di Rita Susovsky. soliste: Serena Arnò, Daria Ivana Vitez (soprani), Dragana Paunovity (mezzosoprano), e con la collaborazione degli strumentisti: Snežana Aćimović, Dragana Gaijć (violini), Lyubov Zuraeva (viola), Katja Panger (violoncello), Kevin Reginald Cooke (contrabbasso), Nicola Zampis (oboe). All’organo Wladimir Matesic e al clavicembalo Nicola Colocci. Per l’occasione il CD sarà disponibile in anteprima mondiale.

Le musiche contenute in questo compact disc sono dunque tutte a firma degli ultimi tre Direttori della Cappella Civica di Trieste, la più antica istituzione culturale della città. I tre artisti sono stati legati da rapporti di collaborazione professionale o di filiazione didattica, e le musiche sono tutte più o meno direttamente collegate alla loro attività di maestro di cappella, testimoniando efficacemente la vitalità della musica liturgica contemporanea e la possibilità di una grande varietà stilistica ed estetica nell’approccio compositivo a questo genere. Le partiture inserite nel disco sono quasi tutti concepite originariamente per coro ed organo, anche se solo tre vengono presentate in questa veste: la direttrice del Gruppo Incontro Rita Susovsky ha provveduto ad arrangiare gli altri brani per un ensemble strumentale più ampio, pur mantenendosi fedele all’originale per tutti gli altri aspetti della scrittura.

L’ingresso è libero per tutti gli eventi legati alla presentazione/esecuzione del CD.

CANTUS DEI GLORIAE
NOVECENTO SACRO A TRIESTE

Tracce del CD

Giuseppe Radole
1. Tu es sacerdos
2. Sanctus – dalla Messa Credo in unum Deum
3. Agnus Dei – dalla Messa Credo in unum Deum
4. Ecce panis angelorum
5. Versetti per il Magnificat (organo, alternatim)

Marco Sofianopulo
6. Gloria dalla Messa Cristo nostra speranza
7. Santo dalla Messa Cristo nostra speranza
8. La sera di Pasqua
9. Veni Sancte Spiritus (Partita per organo solo)
10. Suspîr da l’anime
11. Victimae Paschali
12. Il mio bene è star vicino a Dio
13. Regina coeli

Roberto Brisotto
14. Dominus pascit me – Salmo 23
15. L’attesa nel cenacolo (organo)
16. La danza delle lingue di fuoco (organo)
17. Magnificat

Tre compositori ed una tradizione comune, testo di Roberto Brisotto

Un’impropria e superficiale interpretazione delle innovazioni liturgiche introdotte dal Concilio Vaticano II ha talvolta determinato, nelle nostre chiese, una scarsa attenzione alla qualità della musica composta ed eseguita durante le celebrazioni eucaristiche. Tralasciando il caso del ‘musicista-credente’ che, ovviamente, tende a vivere come privilegio e missione il proprio contributo artistico alla liturgia, dimenticando il fondamentale ruolo storico che il repertorio sacro-liturgico ha avuto nella nascita e nello sviluppo della musica colta occidentale e considerando frettolosamente come limitanti i vincoli cui il musicista che scrive (o esegue) musica per la liturgia deve sottostare, si tende ormai quasi generalmente, nel mondo musicale attuale, a classificare più o meno consapevolmente questo ambito come una sorta di genere minore rispetto a quello concertistico, più prestigioso e qualificante. In realtà, la situazione italiana della produzione musicale a servizio del rito cattolico è assai più complessa e variegata di quanto si creda comunemente e affianca a casi di dilettantismo esecutivo e povertà repertoriale esempi musicalmente più elevati fino a quelli, rari e straordinari, di vere e proprie Cappelle Musicali, realtà secolari dal glorioso passato e dal vivace presente. A queste ultime appartiene la Cappella Civica di Trieste, nata nel 1538 allorché il Comune cominciò a stipendiare il Maestro di canto di Cappella e l’Organista del Duomo «per servicio d’Iddio, per honore della chiesa Cathedrale di s.to Giusto et reputacione di tutta la Città» e che attualmente si compone di un Direttore, un Organista e di un Coro a voci miste (20 cantori titolari e 20 supplenti). Le musiche contenute in questo compact disc si devono agli ultimi tre Direttori di questa storica istituzione, tra loro legati da rapporti di collaborazione professionale o di filiazione didattica, e sono tutte più o meno direttamente collegate alla loro attività di maestro di cappella, testimoniando efficacemente la vitalità della musica liturgica contemporanea e la possibilità di una grande varietà stilistica ed estetica nell’approccio compositivo a questo genere. I lavori qui presentati sono quasi tutti concepiti originariamente per coro ed organo ma solo tre vengono presentati in questa veste; la direttrice del «Gruppo Incontro» Rita Susovsky ha provveduto ad arrangiare gli altri per un ensemble strumentale più ampio, pur mantenendosi fedele all’originale per tutti gli altri aspetti della scrittura. Nonostante la linea di continuità che lega i tre compositori in questione, emerge nei lavori di ciascuno un riconoscibile e ben definito tratto personale, dando origine, come già detto, ad un panorama assai vario e diversificato in cui l’esempio del passato ed il rispetto per la tradizione si sposano con l’apertura ai dettami liturgici postconciliari, come testimoniato dalla varietà delle forme e dei materiali musicali adottati nonché dall’uso tanto della lingua latina quanto di quella italiana.
Una vicinanza all’estetica e allo stile della scuola ceciliana sembra palesarsi nei brani corali di Giuseppe Radole (Barbana d’Istria, 6 febbraio 1921 – Trieste, 4 dicembre 2007); sacerdote, organista, musicologo, compositore e direttore di coro, rivestì l’incarico di Direttore della Cappella Civica dal 1968 al 1986 e fu personalità importante nella vita musicale cittadina e regionale, nelle vesti di docente al Conservatorio “Tartini”, di musicologo, organografo e revisore.
La sua scrittura riprende dal movimento ceciliano vari caratteri (una certa trasparenza dell’ordito, un linguaggio armonico oscillante tra tonalità salda e modalità “classica”, la propensione ad una scrittura corale piuttosto tradizionale, sia sotto l’aspetto ritmico che nel trattamento contrappuntistico delle voci, l’utilizzo dell’organo soprattutto in funzione di semplice sostegno armonico e di raddoppio o rinforzo delle parti vocali), ma introduce anche elementi personali. La linearità dell’andamento musicale viene talora interrotta (soprattutto
nei brani dal linguaggio modale) da sorprendenti ed improvvisi cambi di colore armonico e l’uso delle tessiture vocali rivela in alcuni casi aspetti inusuali.
Queste particolarità sono ravvisabili non tanto nel compatto “Tu es Sacerdos”, pagina solida e franca in cui i modelli ceciliani sembrano imporsi con maggiore decisione, quanto piuttosto nei delicati e tersi intrecci dell’”Ecce panis angelorum”, nel quale soprano e contralto dialogano sostenuti dalle limpide armonie modali dell’organo occasionalmente “sporcate” da dissonanze passeggere, e soprattutto nel clima poetico e sognante del “Sanctus” e dell’“Agnus Dei” tratti dalla “Messa Credo in unum Deum”. In particolare queste ultime due pagine si distinguono per la scrittura semplice ma elegante e ispirata, in cui la modalità viene arricchita da subitanei cambi di modo e alcuni momenti di originalità armonica richiamano alla memoria soluzioni tipiche del ‘900 francese. Sia qui che nel mottetto per due voci femminili precedentemente citato, le voci gravi vengono frequentemente spinte verso il registro acuto in modo piuttosto insolito e, probabilmente, influenzato dall’organico del gruppo corale in quel periodo a disposizione del compositore.
A partire dal 1978, a fianco di Don Giuseppe Radole prestò servizio come organista titolare della Cappella Civica Marco Sofianopulo (Trieste, 20 agosto 1952 – Trieste, 14 novembre 2014); gli succederà nel ruolo di Direttore, restando in carica fino alla sua morte. Pianista, organista, direttore di coro e, soprattutto, compositore, oltre che docente al Conservatorio «G. Tartini», Sofianopulo è stato senz’altro una delle personalità musicali più rilevanti alla guida della Cappella Civica conferendo, durante la sua lunga direzione (28 anni), un particolare impulso all’attività artistica e concertistica, archivistica e musicologica dell’istituzione. Compositore fecondissimo, dall’ispirazione fluente e dalla considerevole facilità di scrittura, ha attraversato varie fasi stilistiche, sempre all’insegna di un eclettismo fortemente ispirato e mai di maniera. Frequentatore di tutti i generi ma particolarmente votato alla scrittura vocale, da una certa fase della sua produzione, in virtù anche delle proprie origini greche, si è particolarmente identificato con uno stile originale di forte impronta cromatica caratterizzato da espliciti rimandi musicali al folklore mediterraneo ed orientale, con un frequente uso dell’intervallo eccedente e di armonie modali su di esso costruite.
Questo stile, praticato in modo più o meno radicale a seconda delle occasioni, non gli ha impedito comunque di rivolgersi ancora anche alla modalità ed alla tonalità più tradizionali. Di un tale eclettismo, perseguito nell’intento di mantenere la propria musica accessibile anche ad un pubblico non specialistico, specialmente in ambito sacro-liturgico, è efficace testimonianza il repertorio contenuto in questa registrazione; evidente appare, nella varietà dei registri stilistici adottati, la volontà di mettere la propria ispirazione autenticamente a servizio della liturgia salvaguardando, al contempo, l’efficacia estetica del risultato finale. In un paio di brani, i più brevi e semplici ancorché sempre raffinati nella scrittura, si manifesta l’ispirazione più immediata e spontanea del Maestro, rivelatrice della sua facilità di scrittura e di invenzione melodica. Suspîr da l’anime, preghiera mariana in friulano su testo di G. Costantini, con il suo carattere dolce e luminoso e la melodia dalle ampie volute e dalla sicura presa, sostenuta da un accompagnamento esso stesso dallo spiccato rilievo melodico, rappresenta bene l’aspetto più sereno della personalità musicale di Sofianopulo, invero meno dominante rispetto a quello sofferto e tormentato. Quest’ultimo lo troviamo piuttosto, seppure in forma attenuata e quasi “pacificata”, nel breve e commovente mottetto Il mio bene è star vicino a Dio; la profondità spirituale del testo di David Maria Turoldo (in realtà una parafrasi del Salmo 72) viene resa con piena aderenza dalla musica, caratterizzata da un linguaggio efficacemente a cavallo tra tonalità e modalità. Da sottolineare come esigenze di arrangiamento (il pezzo è originariamente a cappella con raddoppio organistico ad libitum) abbiano portato Rita Susovsky a modificare leggermente l’armonia di due cadenze, quella appena prima della ripresa del tema iniziale, nell’originale dal carattere più sospeso ed ambiguo, e quella conclusiva, trasformata in «piccarda».
Un approccio più estroverso, quasi spettacolare, caratterizza invece il Victimae Paschali – Alleluia, pagina destinata alla liturgia solenne della domenica di Pasqua, nella quale vengono fuse la sequenza prima della lettura del Vangelo e l’acclamazione alleluiatica al Vangelo stesso. Terminato il canto della sequenza gregoriana, sostenuto da armonie che le conferiscono un tono quasi epico e chiuso da un breve episodio corale in crescendo sul testo dell’Alleluia, inizia una travolgente e virtuosistica toccata originariamente solo organistica, memore dei tanti esempi simili di scuola francese, sopra la quale le voci femminili cantano il testo del versetto (Pascha nostrum immolatus est Christus) su una melodia derivata dall’incipit della sequenza. Il brano si conclude con una trionfale ripresa finale dell’Alleluia che vede nuovamente l’ingresso anche delle sezioni maschili. La vena melodica e le atmosfere dolci e morbide si ripropongono, in un contesto più ampio e sposandosi con un tono celebrativo e solare, in un altro brano tratto dal repertorio pasquale, il Magnificat dal Solenne Vespero Pasquale del 2003 per soli, coro, viola, violoncello, contrabbasso ed organo. Dopo che il coro, su armonie delicate, ha cantato sinteticamente il testo dell’antifona («La sera di Pasqua Gesù apparve ai discepoli riuniti […]»), la quasi totalità del brano e l’intero testo del cantico mariano sono affidati alla voce del soprano (nel cd 2 soprani) cui viene destinata una melodia tanto suadente quanto impegnativa tecnicamente. Il coro, prima di eseguire nuovamente l’antifona in conclusione, riappare al momento del Gloria Patri con funzione di sfondo armonico e timbrico rispetto alla parte dominante delle soliste. Sempre dallo stesso Vespro è tratto anche il Regina Coeli, pagina brillante dal tono eroico dove due voci soliste (soprani) dialogano in modo più stretto e concitato con il coro e dove le implicazioni cromatiche del linguaggio armonico di Sofianopulo si fanno sentire in modo assai più marcato. L’importanza dell’elemento cromatico è chiaramente avvertibile anche nel Gloria della Messa Cristo Nostra Speranza, dedicata nel 2009 a Sua Eccellenza l’Arcivescovo Giampaolo Crepaldi, da poco nominato Vescovo di Trieste. Brano vivace dalle movenze di danza, esso fornisce un chiaro esempio delle influenze del folklore mediterraneo ed orientale che costituiscono una delle cifre più personali di molti dei lavori, anche secolari, del Maestro. Il Sanctus tratto dalla stessa Messa, invece, ha un taglio decisamente più sinfonico, così come testimoniano la grande ampiezza di respiro che lo attraversa e le suggestioni timbriche evocate, a cominciare da quella del corale iniziale che richiama immediatamente la sonorità di corni e tromboni.
Sotto la direzione di Marco Sofianopulo ho avuto a mia volta la fortuna di lavorare dal 2008, in qualità di organista titolare della Cappella Civica, avendolo nel contempo come docente di Composizione vocale e Lettura della partitura presso il Conservatorio di Trieste. Alla sua morte ho rivestito per due anni il ruolo di organista e direttore pro-tempore prima di aggiudicarmi la selezione pubblica bandita dal Comune di Trieste per il posto di nuovo Direttore nel novembre 2016 e assumere ufficialmente l’incarico dal febbraio 2017. I miei due brani corali qui registrati, pur pensati per un utilizzo liturgico, nascono in realtà su invito di Rita Susovsky proprio per questa registrazione, anche se sono entrati subito nel repertorio della Cappella Civica. Il Magnificat è una rielaborazione e ampliamento di una partitura più semplice composta in passato per la Schola Cantorum del Duomo di Oderzo (TV), presso il quale ho ricoperto per anni il ruolo di organista. Per la solennità dell’impianto, il tono celebrativo, le caratteristiche del linguaggio armonico e la teatralità nel sottolineare le immagini del testo, la composizione si avvicina ad alcuni esempi di «Cathedral Music» di tradizione anglosassone. Strutturalmente, il lavoro è costruito su due temi principali che riappaiono ciclicamente rielaborati sia nelle parti corali che in quella organistica. Per certi versi affine, per quanto riguarda il gusto armonico, ma con implicazioni modali e arcaiche più marcate, il Dominus pascit me è stato scritto nell’ottobre 2016. L’atmosfera misteriosa e sospesa dell’inizio del brano, che riappare anche alla fine, si pone in marcato contrasto con il progressivo crescendo centrale, ottimistico ed entusiastico, teso a sottolineare il corrispettivo climax presente nel testo del celeberrimo salmo 23. Anche la fede più forte non può liberarsi del tutto dal tarlo del dubbio e la speranza nelle promesse divine convive, in qualche misura, con il timore strisciante di rimanere delusi. Ad un contesto liturgico si possono adattare anche, senza particolari forzature, due dei tre lavori organistici contenuti nel cd, seppur molto differenti tra loro per caratteristiche musicali. Il brano di Marco Sofianopulo, Partita sopra Veni Sancte Spiritus, si richiama nel titolo alla forma barocca della partita su corale ma, più che come una serie di variazioni singolarmente sviluppate, si configura come un compatto, variegato polittico; si alternano, senza soluzione di continuità, brevi episodi frammentari, ciascuno molto caratterizzato tanto dal punto di vista del linguaggio armonico (dal cromatico al modale fino all’esatonale) quanto da quello del movimento ritmico. La ripresa finale della variazione d’apertura, un corale intensamente cromatico, conferisce coerenza e compattezza strutturale ad un lavoro dal taglio quasi improvvisativo, incline a perseguire una sorta di estetica del “caratteristico”, umorale e quasi capricciosa nella propria episodica gestualità, anziché un radicale sviluppo formale. Senz’altro un modo molto personale di sviluppare un cantus firmus di matrice gregoriana. Per converso, i Versetti per il Magnificat – primo tono di Giuseppe Radole sono assai più conformi al modello storico richiamato nel titolo e suggerito dall’utilizzo dell’alternatim, pratica in cui i versetti organistici sono destinati ad alternarsi con quelli cantati. Dei modelli storici classici vengono riproposte la trasparenza del contrappunto, la pulizia delle armonie e la fluidità ritmica, aliena da trovate bizzarre e da asimmetrie sorprendenti; vengono alla mente i lavori barocchi della scuola francese, specialmente quelli di Jean Titelouze, il quale sembra davvero costituire il principale modello di riferimento, non solo dal punto di vista stilistico ma anche da quello timbrico.
Una scrittura dunque decisamente neoclassica, affine a certe novecentesche riletture del passato, soprattutto di scuola francese (alcuni numeri del Tombeau de Titelouze di Marcel Dupré, per esempio). Una destinazione più decisamente concertistica ha invece il mio lavoro Due Visioni di Pentecoste, nonostante l’esplicito riferimento Scritturale e gli evidenti intenti descrittivi. Il brano, scritto su invito di Wladimir Matesic cui è dedicato, si presenta come un dittico. Nel primo numero, dalla struttura tripartita, si suggerisce il multiforme stato d’animo degli apostoli raccolti in attesa nel Cenacolo, dallo smarrimento al timore fino alla fiducia speranzosa; nel secondo, dal carattere di toccata, lo scatenarsi dell’evento salvifico della discesa dello Spirito Santo sotto forma di lingue di fuoco. I riferimenti stilistici vanno dalle atmosfere della scuola francese novecentesca, Messiaen e Dupré in particolare, evocati nel primo brano, fino agli echi Stravinskiani che fanno capolino nell’irregolarità del ritmo e nell’asprezza delle dissonanze del secondo. Un unico tema attraversa, più o meno esplicitamente l’intero dittico, aprendo il lavoro in un clima di sospesa incertezza e riapparendo invece trionfalmente in conclusione in veste apoteosica.

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