La Casa di via Cologna, memoria svenduta

Via Cologna 6-8 era destinata alla creazione di una Casa della Memoria (come a Roma, in via Tasso), già casa di torture ignobili e tremende, da parte dei fascisti collaborazionisti con le SS, nel triste periodo 1944-1945.

E la Soprintendenza, con tanto di decreto del novembre 2010 del Ministero dei Beni Ambientali e culturali, aveva vincolato “per l’alto valore storico e culturale” l’edificio, già sede dell’Ispettorato speciale di polizia per la repressione dei movimenti partigiani e delle genti slovene della Venezia Giulia, ma anche  per il significato inestimabile  di carattere morale ed educativo.

In periodo elettorale vi furono sia incontri con la Presidente della Provincia, Bassa Poropat e con l’assessore Defrancesco, sia sopralluoghi insieme ai sopravvissuti a detenzione e torture, e venivano spese parole accorate e raccomandazioni, che ci sembrarono, alla fine, sincere. C’era il decreto del Ministero… vincolo prezioso e a garanzia del ricordo: che cosa si poteva volere di più  per non dimenticare tutto quello che c’era stato di sopraffazione brutale dei diritti umani?

Sembrava che l’edificio fosse inalienabile, salvo che l’acquirente lo destinasse a finalità storico-culturali affini al valore morale che rappresentava. E noi, insieme all’ANPI, avevamo compreso bene che, data la crisi, si doveva aspettare prima di veder realizzata la Casa della Memoria.

Però, in via Ghega, l’Istituto Panzarasa, centro di documentazione sul Corpo della Decima Mas, non critico per quanto di criminale commise nel corso del conflitto ma meramente agiografico, aveva pur avuto un percorso più facile, anche grazie alla Fondazione Cassa di Risparmi di Trieste. Ed eravamo disposti ad attendere, fiduciosi nel potere politico-istituzionale. Eravamo degli ingenui e degli illusi.

Domenica 25 novembre, su “Il Piccolo” (pagina 17) abbiamo letto, con dolore, sorpresa e rabbia, che la Provincia di Trieste, passato ormai il periodo elettorale, aveva deciso di alienare quella scheggia di Memoria e di Storia che volevamo salvare dalla distruzione. Il nostro obiettivo sarebbe stato farne un museo, un centro di documentazione, un luogo di ricerca e studio. Ed abbiamo appreso invece che – strano ma vero – il Ministero competente aveva concesso l’autorizzazione a vendere quelle mura che avrebbe dovuto custodire per gli studiosi, giovani o meno, della Resistenza. Senza avvertire nessuno di coloro che avevano promosso incontri, visite, iniziative,  l’amministrazione provinciale si era avvalsa del nuovo provvedimento del Ministero,  sollecitato forse da chi già da tempo voleva alienare l’immobile.

È molto verosimile che sia stata la Provincia stessa, per ottenerne un ricavo economico.

Certo, l’acquirente avrebbe dovuto conservare la targa posta dall’ANPI a memoria delle vittime, rispettare la facciata e custodire questi parziali segni di quel lembo di memoria storica.

Ma l’immobile, scrigno di preziose testimonianze, evidentemente, doveva divenire un cantiere qualsiasi di qualche costruttore  in cerca di profitti. In questi tempi bui di trionfo della Finanza (con un Esecutivo non eletto e  fautore di una economia liberista e ligio ad una miope contabilità) tempi in cui  si  tagliano le spese del Servizio sanitario e della cultura e si comprime il mondo del lavoro e, tuttavia, si incrementano le spese per gli aerei da guerra, non c’è da meravigliarsi più di nulla.

Ma da una Istituzione, guidata dalle forze politiche del centro-sinistra che in teoria dovrebbero essere sensibili alla Memoria, noi non ce l’avremmo aspettato.

Con un provvedimento di circa cinque mesi successivo, il 16 maggio 2011, l’Amministrazione provinciale faceva marcia indietro sulle promesse di dar vita ad una Casa della Memoria e poteva alla fine cercare di conseguire ciò che veramente le interessa: nuove entrate. Anche dalla svendita della Memoria. Tutto il progetto viene perciò messo in discussione. Noi, antifascisti attivi e sensibili saremmo stati, secondo queste istituzioni, dei poveri illusi, gente che ancora crede nella parola data dai politici e dai funzionari e ha fiducia in determinati principi di gestione del patrimonio culturale e storico. Non possiamo certo dire di essere stati trattati con lealtà e trasparenza. Ma la cosa, sia ben chiaro, non finisce qui. Non può finire così.

Cittadini liberi ed eguali
Coordinamento antifascista
Associazione Edinost

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