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Tuesday April 23rd 2019

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La COOP sei tu?

Palazzone delle COOP (di Trieste, Istria e Friuli) in Largo Barriera: alle sei di sera di un mercoledì sbiadito va in scena la terza delle assemblee separate per l’approvazione del bilancio 2011.
Entriamo in un ascensore di snervante lentezza e, dopo aver attraversato il parcheggio, saliamo una scaletta di metallo che ci porta in cielo o, se si preferisce, in sala riunioni.
Verifica di tessere e deleghe, poi si va a caccia di un posto a sedere. La saletta è piena, e questa, forse, è una novità assoluta: gli articoli di Claudio Ernè, alla vigilia dell’”evento”, hanno scosso i soci – cioè i triestini – che adesso sono intenzionati a vederci chiaro. Ci sono, ovviamente, anche i “coscritti”, convocati d’urgenza da chi suda freddo temendo ribaltoni.
Con congruo ritardo, inizia l’esposizione dei documenti da sottoporre a votazione. Si comincia con il bilancio sociale: il direttore generale spiega, all’attento uditorio, tutte le belle iniziative (appunto) “sociali” lanciate dalle COOP nell’ultimo anno. La crisi è brutta, dobbiamo misurarci con la logica del profitto, però i livelli occupazionali sono stati salvaguardati, i negozi di prossimità restano aperti ecc. ecc.
Neppure una parola, naturalmente, sui 28 magazzinieri che, dopo un’autentica odissea (l’antro di Polifemo era la minacciata disoccupazione), sono stati più o meno ricollocati, con sensibili tagli all’orario di lavoro ed alle retribuzioni. Stonerebbe anche un riferimento alla poco edificante vicenda dell’anziana “ladra” sorpresa con le mani nel sacco (delle arance), cui la dirigenza ha chiesto 500 euro a titolo – pensate un po’ – di danno morale: evidentemente, l’atteggiamento è stato giudicato non abbastanza solidale e/o “sociale” per essere inserito nell’omonimo bilancio.
Si va avanti stancamente, snocciolando grandi numeri senza neppure l’ausilio di un microfono: peccato per la dimenticanza, perché molti dei presenti, stavolta, si sforzano di ascoltare (e capire) sul serio.
Dopo la lettura della relazione da parte del presidente, tocca al rappresentante del collegio sindacale: sarà pure un esperto di revisione (svolge un ruolo analogo anche all’interno del Circolo Dipendenti F.V.G.), ma la voce è un sussurro, e il pubblico si spazientisce. Comunque ci viene assicurato che tutto va per il meglio.
Il bilancio, in effetti, è in attivo; se si considera il consolidato, però, la situazione cambia: il segno da “più” passa a “meno”.
Come si spiega l’arcano? Tutto in regola: il buco della gestione (sei milioni circa) è stato coperto vendendo due immobili di proprietà della società capogruppo. E mica a prezzi di realizzo! Rispetto al valore iscritto nei documenti contabili il guadagno è stato ingentissimo: milioni di euro, quanto serviva, insomma, per raddrizzare il bilancio.
Ma com’è andato in porto questo doppio, fortunatissimo affare, in un’epoca in cui, causa la crisi, non si riesce a dar via neppure le mansarde? Trovando il cliente giusto, l’”amatore”, cioè… vendendo a se stessi! Si crea una società controllata, si commissiona una bella perizia sull’immobile e si scopre – piacevolissima sorpresa – che il suo valore è andato alle stelle: a questo punto si trasferisce la proprietà, e il gioco è fatto! Sul bilancio compare una ricca plusvalenza, che basta ed avanza a sanare le perdite gestionali.
Mossa geniale – talmente geniale che, rivela nel suo intervento un professore di economia, viene ripetuta ogni anno. Tutti contenti? Gli allievi del Carli pare di no, visto che l’economista li descrive come preoccupati per il futuro delle COOP (che, non scordiamocelo, raccolgono oltre 100 milioni di risparmi dei triestini), e anche in sala inizia a serpeggiare più d’una perplessità.
Qualcuno prende la parola per ricordare che, al di là delle offerte e dei prezzi bassi vantati dai relatori, i piselli surgelati costano molto di più alla COOP che al DESPAR: arriva qualche risposta svogliata e, in un clima che incomincia a scaldarsi, si va finalmente al voto.
Chi è soddisfatto di bilancio e gestione? Affermano di esserlo in 130 (se non ricordo male), tra deleganti e delegati; altri 72 non ci stanno, e pronunciano un secco “no”.
Insomma, il bilancio viene approvato, in questa sede, con il 63,7% dei voti (vanno contate pure le due astensioni): è una signora maggioranza, ma non quella “bulgara” cui, secondo quanto si dice in giro, la direzione era abituata.
Fuori è iniziato a piovere, e i soci danno segni di stanchezza: sono le otto passate, c’è da preparare la cena, e numerose sono le persone anziane.
Le ultime votazioni sono presentate come una pura formalità, ma qualcuno – opportunamente – chiede la lettura del regolamento elettorale, oggetto delle proposte modifiche.
Il direttore generale si rassegna a leggere il lunghissimo testo, e veniamo così a sapere che, per candidarsi a dirigere le COOP fondate da Valentino Pittoni (in un mondo un po’ diverso dal nostro, però, e un tantino migliore), è necessario vantare, fra l’altro, “tre anni di reale attività” al loro interno, e poi raccogliere non meno di mille (!) firme, circa il doppio di quelle sufficienti a presentare una lista per le elezioni amministrative.
Un simpatico signore fa notare che non c’è attività partecipativa più “reale”, per il socio COOP, che andare a fare la spesa nei tanti supermercati del gruppo, ma il direttore sorride, e scuote il capo. Occorre, sembra di intuire, aver gestito la cooperativa nel precedente triennio… cioè essere già dirigenti!
Insomma, era quasi più facile entrare nel Comitato Centrale del PCUS che nel direttivo delle Cooperative Operaie di Trieste, Istria e Friuli… ogni commento è superfluo, anche se possiamo facilmente immaginare quello di un autentico Socialista democratico come il fondatore Pittoni.
Nata come germe di una società nuova, la cooperazione si è ben presto adeguata a quella vecchia, e – come nello spassoso/tragico finale della Fattoria degli animali – è quasi impossibile, oggidì, distinguere i commensali gli uni dagli altri.
Norberto Fragiacomo
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