Blog interculturale del Centro delle Culture di Trieste
Saturday November 1st 2014

La pulzella del FMI sposerà Keynes?

Finalmente ce l’hanno comunicato in via (semi)ufficiale: è tutta colpa della Merkel e dei tedeschi se le cose vanno a rotoli – oltre che dei greci che, com’è noto, sanno solo mangiare a sbafo.
L’austerity (perché non chiamarla, a questo punto, “Sparpolitik”?) che tarpa le ali al gallinaccio europeo reca impresso il marchio della Germania, una Germania che – miope, egoista ed arrogante – non sente ragioni. Federico Rampini, autorevole inviato di Repubblica negli USA, lo va ripetendo da un pezzo: “L’Eurozona è una sorta di buco nero nella crescita mondiale (…) visto dagli USA quello che risalta è il peso decisivo della Germania nell’imporre a tutto il resto d’Europa una disciplina dell’austerità che, per gli americani, è in questa fase dissennata (23 febbraio)”.
Non sono frasi in libertà: il Governo statunitense e lo stesso FMI – istituzione controllata dagli americani, che provvedono a nutrirla e indirizzarla – affermano che, per rilanciare l’economia continentale, una politica di soli tagli non va bene. Ci vuole la famosa “crescita” che, sebbene nell’emisfero boreale stia arrivando la primavera, non vuol saperne di ripartire spontaneamente, abbisognando – ci viene spiegato – dell’impegno e della scienza di un giardiniere sovranazionale (la UE, per intenderci).
Sottintendono forse, queste critiche, un’improvvisa voglia di keynesismo? Per quanto riguarda Obama, può anche darsi: al Presidente, a caccia di rielezione, piacerebbe indossare i panni che furono di F. D. Roosevelt, e la simpatia dimostrata nei confronti dei teorici della c.d. Modern money economy [1] ne è la prova. Per diventare Roosevelt, però, non basta copiarne i temi: finora le sbandierate velleità riformiste si sono rivelate nient’altro che espedienti oratori, e il buon Barack ha preferito scontentare il suo elettorato popolare piuttosto che i finanzieri di Wall Street, i cui crimini sociali risultano, ad oggi, impuniti.
Meno comprensibile appare, a prima vista, l’atteggiamento del Fondo Monetario il quale, dopo l’imboscata alberghiera a Strauss Kahn, è stato affidato alla connazionale Christine Lagarde. Molto legata agli Stati Uniti, l’avvocatessa parigina vanta una lunga carriera politica, coronata dalla nomina (2007) a ministro dell’economia nel governo di destra di François Fillon. Rispetto al discusso predecessore – che, a quanto pare, puntava a ridurre l’influenza decisionale americana sull’operato del Fondo – la “primadonna” sembra incarnare la continuità con le tradizionali politiche liberiste (e neocoloniali) dell’organizzazione nata a Bretton Woods. È arduo leggere qualcosa di “keynesiano” in dichiarazioni modellate sulla seguente (resa a proposito della Grecia, ma di portata generalissima): “per recuperare competitività e crescita, dobbiamo accelerare profonde riforme strutturali nel lavoro e nei settori prodotti e servizi”, che suonano come pressanti inviti alla deregulation ed allo smantellamento delle residue tutele sociali europee.
Dunque, potremmo trovarci di fronte ad un equivoco: le iniziative “di rilancio” pretese dai governi non consisterebbero in interventi statali a supporto dell’economia, corredati da nuovi e massicci stanziamenti di risorse, bensì, al contrario, in un “liberi tutti!” gridato alle imprese che, alleggerite di qualsiasi obbligo verso i lavoratori, dovrebbero essere in grado di trasformare l’aumentato sfruttamento in profitti.
Il senso dell’obiezione lagardiana sarebbe allora questo: non è sufficiente ridurre la spesa pubblica all’osso (col fiscal compact ecc.), se contemporaneamente non si approfitta della crisi per istituzionalizzare il liberismo senza regole (svuotando, per esempio, il nostro articolo 18).
Insomma, prima di ritirarsi a vita privata, “lasciando fare” (ai padroni), lo Stato, opportunamente affidato ai tecnici targati Goldman Sachs, ha il compito di demolire la sua dependance sociale, e se stesso.
Qualsiasi altra interpretazione implica una diagnosi di schizofrenia acuta: cosa pensare di un auriga – quello della troika FMI-BCE-UE – che, dopo aver proclamato che la strada è sbagliata, persevera a frustare i cavalli (anzi: le persone) perché accelerino il passo?
Invero, la ricetta del Fondo Monetario è sempre la medesima, indipendentemente dal dettaglio che l’ammalato parli greco, russo o castigliano: si tratta di presentare alle classi subordinate il conto delle crisi, in modo che il ceto dominante non paghi dazio.
La novità sta nel fatto che, forse spaventati dalla rabbia popolare che monta nei loro confronti, FMI ed alta finanza provano a scaricare le proprie responsabilità, addossandole al Paese che, non meno per la sua storia che per l’oltraggiosa inadeguatezza dell’attuale classe dirigente, si presenta come il parafulmine ideale. D’altro canto, se lo scopo è distruggere l’Europa, la via maestra è quella di mettere i suoi popoli gli uni contro gli altri, scongiurando il rischio (oggidì, purtroppo, assai remoto) che da questa depressione il continente esca con una nuova leadership di sinistra, e magari politicamente più unito.
Per quanto detestabile e ottuso, il becchino resta becchino: i veri mandanti dell’assassinio del welfare non stanno a Berlin. Alla Merkel e al suo scagnozzo Schäuble va comunque contestato il favoreggiamento: la loro rimozione, ed un ravvedimento operoso del popolo tedesco rimangono imprescindibili.
L’alternativa si chiama homo homini lupus: la guerra di tutti contro tutti, in un’Europa che rischia, nei prossimi anni, di somigliare sinistramente a quella dei secoli passati.
Norberto Fragiacomo
Segretario Lega dei Socialisti Nordest

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