L’origine dell’Ombra (un mito indiano)

 

Foto di Arturo Sotillo (Wha'ppen)

Si racconta che, molto tempo fa, all’inizio dell’epoca attuale, il dio del Sole Surya convolò a nozze con l’altrettanto divina Saranyu, la celestiale figlia dell’Architetto dell’Universo. I due si stabilirono nella dorata dimora di lui. Ogni mattina all’alba Surya partiva per andare al lavoro alla guida di un carro trainato da sette destrieri e ritornava al tramonto, sempre ardente di desiderio per la giovane moglie. Saranyu lo amava con eguale intensità, gli diede tre figli, e pur tuttavia con il passare del tempo non poté più ignorare un problema nel loro rapporto che la toccava sempre più da vicino: Surya era troppo caldo. Tanto da risultare, a lungo andare, insopportabile. Per cui, un giorno, mentre lui era via, Saranyu se ne andò di nascosto in una foresta, e qui diede forma e vita alla propria ombra.
Era perfettamente identica a Saranyu. Era perfettamente conscia sin da subito di essere una parte di lei. Sapeva di essere Chaya, l’Ombra. “O dea dal sorriso smagliante” disse. “Dimmi che cosa devo fare, sono al tuo servizio”
“Dovrai prendere il mio posto al fianco di mio marito, non posso più tollerare le sue radiazioni” rispose Saranyu. “E dovrai prenderti cura dei miei figli, due maschi e una femmina. Ma Surya, il mio infuocato sposo, non dovrà mai – mai – venir a conoscenza di questo accordo”.
“Puoi stare tranquilla” le assicurò Chaya. “Non ne farò parola con nessuno, a meno che non venga costretta con la forza”.
E così, mentre Saranyu ritornava a vivere nella casa paterna, la sua perfetta sosia la sostituì nel ruolo della moglie. Surya non si accorse dello scambio, altro tempo passò, e Chaya mise al mondo due figli. Dal momento in cui partorì, l’Ombra riservò le più affettuose attenzioni a coloro che aveva messo al mondo, trascurando gli altri, ché poi non erano suoi. Ma tra i figli di Saranyu ve n’era uno che prese a soffrire per la mancanza di attenzioni che lei gli mostrava. Il suo nome era Yama. Si trattava di un ragazzo perspicace, dato che ad un certo punto prese a sospettare che lei non fosse affatto sua madre. E un giorno, esasperato e furibondo per il trattamento ingiusto che da lei riceveva, giunse al punto da mostrarle un piede, come se avesse intenzione di colpirla con un calcio. La reazione di Chaya fu ancor più furibonda: “Che quel tuo piede possa staccarsi da te e da ogni legame!” gli urlò. “E che possa cadere sottoterra!” Non erano parole dette tanto per dire, si trattava di una maledizione. Di quel litigio familiare, Surya venne debitamente informato e mandò a chiamare il giovane per ottenere una spiegazione.
E Yama disse: “Una madre dev’essere equa nei confronti di tutti i suoi figli, e lei non lo è. Sì, ho fatto il gesto di colpirla, e di questo chiedo perdono. Un figlio può essere buono o cattivo, ma una madre non può essere cattiva. Padre, ha scagliato un anatema sul mio piede, ti prego, concedimi una grazia e rendi nulle le sue male parole”. Questo, benché avrebbe voluto, Surya non poteva farlo. Una maledizione poteva venir ritrattata soltanto da chi l’aveva lanciata, e Chaya non si mostrò disponibile al riguardo. Surya parlò con lei più volte nei giorni seguenti, a più riprese chiedendole perché ora si mostrasse tanto premurosa nei confronti degli ultimi due figli quanto indifferente verso gli altri, ottenendo in risposta un sollecito invito a cambiare discorso accompagnato da un sorrisetto beffardo. A poco a poco, il dio del Sole si sentì montare in collera. Si dominò a lungo, optando per un ragionevole dialogo e mantenendo il controllo con sempre maggior sforzo mentre colei che riteneva essere la sua sposa gli rendeva invariabilmente noto, con una vena di sarcasmo, di trovare noioso e ripetitivo il suo discorso sull’educazione dei figli. Finché, alla fine, Surya esplose.
In preda all’ira, l’afferrò per i capelli con il proposito di eliminarla e l’avrebbe forse fatto se in quel drammatico istante Chaya non gli avesse detto la verità, rivelandogli di essere il doppio di Saranyu e confessandogli il motivo per cui ne aveva preso il posto. Surya non la prese bene, e con l’animo tutt’altro che placato si precipitò a casa del suocero alla ricerca della moglie. L’Architetto dell’Universo Visvakarman era fortunatamente un individuo saggio, che seppe trovare le parole giuste per calmarlo: la sua irradiante potenza era tale, gli disse, da risultare spiacevole se ricevuta con troppa frequenza da una distanza ravvicinata e poteva provocare danni non soltanto ad un singolo individuo ma all’intero Trimundio, come biasimare Saranyu se si era allontanata da lui per questo? Ma che Surya si rassicurasse: la sua sposa gli era rimasta fedele, ed ora viveva in casto romitaggio in una selva boschiva. Dove immediatamente il dio del Sole si recò, finalmente ritrovandola. A questo punto tra i due vi fu sicuramente un chiarimento, anche se al riguardo il racconto tace soffermandosi piuttosto sul fatto che dalla rinnovata passione tra i coniugi nacque una coppia di gemelli divini, gli Ashvins, numi tutelari dei deboli e delle genti in difficoltà.
Surya e Saranyu ripresero a vivere insieme. Per arginare il pericolo del surriscaldamento, l’ingegnoso Visvakarman condusse con sé il dio del Sole in un’isola deserta. Qui, messosi all’opera con un tornio, estrasse e isolò la sedicesima parte dell’energia solare, che venne conservata al sicuro in una forma sferica. Da essa, in seguito, ricavò i veicoli e le armi degli dèi, tra cui una mazza per Yama.
Ora restava in sospeso soltanto la questione dello stesso Yama: la maledizione dell’Ombra voleva che il suo piede destro gli si staccasse per finire sottoterra, vale a dire che lo condannava a conoscere la morte in quell’epoca in cui nessuno moriva. Yama ottenne dal padre un consiglio per ovviare all’inconveniente: scendere nel mondo sotterraneo e accettare che la carne di quella parte di lui si corrompesse, soltanto in questo modo avrebbe potuto evitare di perdere il piede. Il consiglio si rivelò efficace. Yama abbandonò le dimore celesti, si staccò da ogni legame, andò a risiedere nelle cavità senza luce della Terra e qui edificò la città sotterranea di Yamapura, dove in seguito divenne il dio dei morti. Tutto ciò accadde poco prima che arrivasse il Diluvio e che il fratello di Yama, Vivasvati Manu, salvasse le creature viventi sulla sua arca grazie all’avviso di un dio salvatore apparsogli in forma di pesce. Ma tutto ciò, pur con delle varianti, accadeva ogni dodicimila anni. E questa era la settima volta che accadeva.

Alessandro Taticek

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