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Porto Vecchio, impresa collettiva 🗺

Un’altra città

«Bene una società di gestione interamente pubblica per Porto Vecchio, ma serve un disegno strategico per la città e per l’area»

«Senza un piano costruito attraverso la partecipazione della cittadinanza, ci sarà spazio solo per la speculazione immobiliare senza benefici concreti per le triestine e i triestini»
Fa nuovamente notizia in questi giorni l’accordo tra Comune, Regione e Autorità Portuale, risalente al mese scorso, che porterà alla costituzione della Società di gestione del Porto Vecchio. Il primo, necessario, rilievo da fare è che non si tratta, ancora, dell’avvio effettivo della società, che dovrebbe invece avvenire a giugno, cioè con quasi un anno di ritardo rispetto a quanto annunciato in passato dal Sindaco Dipiazza.

Da quel che traspare, sembra però che vi sia una notizia positiva: la società di gestione sarà infatti interamente a controllo pubblico. Le linee guida votate dal Consiglio Comunale un anno fa prevedevano la possibilità di una compartecipazione di soggetti privati all’ente che dovrebbe governare la trasformazione dell’area, in un evidente sovrapposizione di ruoli tra regolatori e investitori. Confidiamo che la previsione di una società interamente pubblica venga confermata anche in futuro e, soprattutto, che il controllo pubblico si sostanzi nell’apertura di un processo di partecipazione che permetta alla cittadinanza, anche nelle sue forme organizzate, di prendere parola sul futuro della città e di Porto Vecchio.

Quel che infatti purtroppo ancora si riscontra, e che costituisce una tara pesantissima sullo sviluppo del Porto Vecchio, è la non volontà da parte del Comune di definire un disegno strategico dell’area. Senza una definizione chiara dei bisogni della città e di come essi si possano intrecciare con il recupero del Porto Vecchio, prenderanno piede proposte come quella raccontata da Il Piccolo domenica: la realizzazione di una mega marina di lusso tra i moli II e III. Un’operazione immobiliare troppo simile a quelle di Porto San Rocco a Muggia e di Porto Piccolo a Sistiana per non sottolinearne gli evidenti limiti in termini di sostenibilità economica, sociale e ambientale, ovvero di utilità nel definire una prospettiva di sviluppo per Trieste.

Solo un piano strategico che delinei un’idea forte per lo sviluppo della città nei prossimi anni può mettere le istituzioni locali nelle condizioni di attrarre gli investimenti, pubblici e privati, necessari per trasformare il Porto Vecchio in uno spazio di opportunità per il rilancio di Trieste. Viceversa, concepire il Porto Vecchio come separato dal suo contesto – su scale diverse: l’area transfrontaliera, la città, la linea di costa da Barcola a Campo Marzio, il centro storico – o addirittura come frammentato tra singoli magazzini da svendere al più presto al primo offerente, non porterà alcun beneficio alla cittadinanza che attende ormai da troppo tempo risposte concrete all’altezza dei problemi della città.

Se il recupero del Porto Vecchio inciderà positivamente sulle condizioni occupazionali, sulla sostenibilità ambientale, sul diritto all’abitare, sulla definizione di modi migliori di spostarsi e di vivere la città, sulla moltiplicazione di iniziative scientifiche e culturali, questo dipenderà da quanto la politica deciderà di assumersi le proprie responsabilità senza delegarle a chi persegue altri interessi rispetto a quello pubblico. Un’altra città da parte sua si impegna, come già fatto nel corso dell’iniziativa promossa il 2 dicembre, a mobilitare sempre più persone, con le loro esperienze, la loro intelligenza, le loro richieste e le loro aspettative, perché Porto Vecchio è un’impresa collettiva.

Trieste
Trieste, UTI Giuliana, Friuli Venezia Giulia, 34121, Italia Mappa

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