Blog interculturale del Centro delle Culture di Trieste
Sunday August 30th 2015

Un caso di comune e solitario suicidio

Segnalo il seguente intervento riguardante il fatto grave, accaduto a Trieste, qualche giorno addietro [il 16 aprile nd.r.] e di cui, a monte, ne deve sentire la responsabilità la ministro Paola Severino, ben lontana dalla realtà, con il suo D.L. “svuota carceri” del febbraio 2012 che ha riempito celle e camere di sicurezza, non adeguate e scarsamente igieniche, talvolta oscure e angoscianti, di cittadini trattenuti e in attesa di rito direttissimo. Ma forse la ministro Severino, intenta a guadagnare i suoi 7.000.000 (sette milioni) annui con lo studio megagalattico di avvocato di grido, richiestissima da industrie e ricchi magnati, dall’alto delle sue consulenze e – probabilmente – commissioni di arbitrati e lodi vari, con compensi altissimi, a lei dicevo, poco cale. Ha risolto, sia pure momentaneamente, il problema delle carceri sovraffollate. Ma come…? ecco uno dei tristi risultati, denunciati, anche dai Sindacati di Polizia.

Claudio Cossu 
cel. +39.333.2737624

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Aveva 32 anni e veniva da una lontana terra, l’Ucraina, paese di rivolte e sommosse, Repubblica un tempo già facente parte dell’Unione delle repubbliche sovietiche, sterminato impero dagli Urali alle terre dell’Asia e le cui armate abbatterono le tristi, oscure inferriate del campo di Auschwitz , nel 1945. Quando tutto il mondo conobbe l’orrore dei campi dello sterminio programmato e pianificato  nei gelidi uffici del III Reich. Era una giovane donna ucraina e poteva essere mia figlia, come anche tua figlia o nipote, signora elegante che ti siedi al caffè la mattina, che leggi i giornali agli “Specchi” con il tuo bel cagnolino fedele, accovacciato accanto. A pochi chilometri dalla Piazza Unità, quella piazza mitteleuropea e gioiello di architetture neo-classiche, lassù, sull’altipiano carsico, in una grigia caserma di Opicina, frazione di Trieste, adibita anche a Ufficio Immigrazione, la giovane donna ucraina ha deciso che forse era meglio andare via da tutto e da tutti, lontano, per un viaggio senza ritorno, senza una vera e concreta meta, per una terra senza orizzonti o confini. Così, dopo sei mesi trascorsi in un carcere di Gorizia, per favoreggiamento di “immigrazione clandestina”, reato inventato e costruito dal Governo Berlusconi-Maroni, vera aberrazione giuridica, portata a Trieste e scarcerata dal Giudice, affranta e debilitata nel morale e nel fisico è stata ancora trattenuta e rinchiusa, poi, in un’altra stanza o cella, quattro mura, comunque, non certo ospitali ed accoglienti. Con una cordicella della felpa, la ragazza ha avuto un sussulto di dignità frammisto ad un profondo sconforto. Lontano dai familiari e da ogni aiuto morale e psicologico, sola e in un vuoto fatto di incomprensione e solitudine, la giovane ucraina si è impiccata. In attesa del nulla-osta del giudice di pace – hanno detto – ennesimo interminabile anello di una catena di estenuante, sfibrante burocrazia. Non ha retto certamente alla devastante carenza assoluta di un supporto psicologico, di una parola sinceramente amica ed affettuosa. Forse anche una carezza sarebbe stata sufficiente. Le telecamere non hanno visto nulla, l’impianto di telesorveglianza dell’Ufficio Immigrazione non ha funzionato. O forse nessuno ha guardato negli inutili schermi. Si chiamava Alina Bonar Diachuk. Non sorriderà più, mai più.

Luisa Memoli
cel. 328.75.22.690