Amleto a Gerusalemme/Palestinian Kids Want To See The Sea 🗓

Sotto la direzione di regia di Gabriele Vacis lo spettacolo ideato insieme a Marco Paolini  non poteva essere che meraviglioso.

L’idea scenografica composta da miriadi di bottiglie che creavano mano a mano muri,  plastici di città e pioggia di proiettili bombe era di grande effetto. Sul palcoscenico oltre a Paolini che sembrava l’anima del racconto sul quale gli altri si appoggiavano e dal quale gli altri partivano o si fermavano, c’erano otto ragazzi la maggior parte di loro palestinesi.

Lo spettacolo inizia a scena aperta e per la gran parte della durata le luci rimangono aperte in sala per far comprendere al pubblico che non c’è divisione tra la recitazione e la realtà; non c’è differenza tra ieri e oggi, non c’è differenza tra quello che viene raccontato e quello che noi viviamo.

Si parla della realtà odierna dunque, di quello che succede da migliaia di anni a Gerusalemme in Terra Santa,  nella città della pace come veniva chiamata anticamente in un nome  arcaico che non si usa più e forse non si è mai usato.

Paolini diviene un angelo quando quattro ragazzi da una parte e quattro ragazzi dell’altra gli fanno  da  gigantesche ali nel raccontare le storie che si susseguono ad una ad una.

Sono storie di migrazioni,  di famiglie nelle loro difficoltà di vivere la pace, sono storie di popolazioni oppresse e oltraggiate. Storie di guerra e di nessuna pace.

Nel racconto di queste storie si intercalano i versi di Shakespeare e del suo Amleto. Calzano a pennello e nel sentirli raccontare e declamare in arabo si scopre una forma poetica della lingua a noi tanto sconosciuta e di parvenza impossibile nella pronuncia.

Le storie si susseguono raccontate e tradotte ora in arabo ora in italiano.

Viene raccontata l’esemplificazione della follia della migrazione. Un ballo rap che diviene un vorticoso dervisci che culmina nella poesia.

Pioggia di bottiglie come proiettili e poesia come pioggia. Questo è l’Amleto a Gerusalemme, e  ci sta bene.

Racconti di vita e canti. E tutto risulta capibile. Loro sentono la magia di Gerusalemme e in fondo la sentiamo anche noi.

Creano un plastico di Gerusalemme con le bottiglie di plastica e sul video retrostante la scena, lo si vede bene, insieme alle immagini della città.

Questa è Gerusalemme.

Quando Dio assegnò la bellezza  la divise in dieci parti: nove le assegnò a Gerusalemme e una resto del mondo. Poi Dio creò il dolore e lo divise in dieci parti: nove li assegnò a Gerusalemme e uno al resto del mondo.

Splendido l’effetto finale a muro con giochi d’ombra dal dietro che vengono schiacciate e  scacciate dal davanti dal personaggio in carne e ossa mentre   declama in inglese la parte più nota dell’Amleto: to be or not to be…

Ne rimane una soltanto di ombra, che viene sostenuta nel peso sulle spalle dalla presenza fisica reale, ma non basta a farla vivere così come il Cristo sulla croce.

Di lui rimarrà il ricordo e l’esempio, per quanti hanno compreso.

Un altro successo che accompagna Paolini e tutto il resto della compagnia nel connubio perfetto tra esibizione e ambientazione ottimali. 

Innovazioni continue come il testo che muta caratteri quasi fosse una dislessia mentale, incapace di trasmettere correttamente quello che vorrebbe.

L’Amleto è storia di una verità pericolosa, che ieri come oggi può vestire chi brama il potere. Ieri poteva essere un fratello bramoso di regno, oggi un’omino vestito di pneumatici bramoso di un potere oleoso.

Voglio vivere a Gerusalemme perchè la amo, ma non voglio essere nè una vittima nè un eroe.

Il finale è instabile, così come la struttura che si pianta dal cielo solamente su uno spigolo, in bilico tra l’essere o il non essere.

E’ di parte Paolini, lo è sempre stato. Parla di Palestina e di partigiani. Oggi cerchiamo di comprendere questo punto di vista, domani il palcoscenico ci presenterà un’altra visione, molto probabilmente e noi, abituati a pensare, potremmo trarre le nostre conclusioni.
Laura Poretti Rizman
foto fornita dal Teatro Stabile del FVG
foto fornita dal Teatro Stabile del FVG
Marco Paolini e Gabriele Vacis portano in scena Amleto a Gerusalemme/Palestinian Kids Want To See The Sea con un gruppo di giovani attori palestinesi e italiani: teatro di narrazione di forte tensione civile ed emotiva lo spettacolo è in scena al Politeama Rossetti per la stagione Prosa del Teatro Stabile regionale da mercoledì 4 a domenica 8 maggio”.
Teatro di narrazione di elevato livello e di forte tensione civile ed emotiva: non poteva essere diverso il risultato della nuova collaborazione fra due artisti amati dal pubblico e quotati dalla critica come Marco Paolini e Gabriele Vacis.
Il loro Amleto a Gerusalemme – Palestinian Kids Want To See The Sea si impone come uno degli eventi della stagione, un momento di teatro necessario, accolto da ovazioni ed è ospite del Teatro Stabile regionale per la Stagione Prosa dal 4 all’8 maggio al Politeama Rossetti.
È il frutto di un progetto partito da lontano e fondato sul loro stretto rapporto di amicizia, prima ancora che sulla loro collaborazione artistica lunga e premiata (è sufficiente menzionare un solo titolo, il grande successo de Il racconto del Vajont).
L’idea di Amleto a Gerusalemme si radica nel 2008 quando Vacis ha  condotto a Gerusalemme, al Palestinian National Theatre di Gerusalemme Est, sotto l’egida del Ministero degli Affari Esteri Italiano una scuola di recitazione per ragazzi palestinesi. Poi i provini, il lavoro con Paolini, la prosecuzione del laboratorio in Italia dove i ragazzi hanno studiato con Laura Curino, Emma Dante, Valerio Binasco, Alessandro Baricco…
Si approda così a questa messinscena che esprime con una potenza dirompente la voglia di vivere e di sperare dei protagonisti, a dispetto delle difficoltà quotidiane in quelle terre: c’è chi, per seguire le lezioni su Amleto arrivava da Hebron a Gerusalemme attraverso le condotte fognarie, una sfida pericolosissima. «Le storie dei ragazzi palestinesi sono così – spiega  Gabriele Vacis – storie che ti fanno chiedere: e adesso? E quando glielo chiedi: e adesso? Cosa vuoi fare? Ti rispondono sempre: non so. Con un’aria aggressiva e rassegnata insieme, paradossale, che non ho visto da nessun’altra parte del mondo. Facciamo Shakespeare. Amleto. (…) Nella scuola di Gerusalemme hanno insegnato anche Marco Paolini e Roberto Tarasco, con cui condividiamo, adesso, l’avventura di questo spettacolo. È durata tre mesi. Il lavoro su Amleto consisteva nell’estrarre temi e raccontarli a partire da sé stessi. Per esempio: un tema importante in questo testo è l’eredità dei padri. Che cosa mi ha lasciato mio padre? Mio padre non mi ha lasciato cose… Un altro è la vendetta o la codardìa e il coraggio… Ecco: questi sono temi sui quali i ragazzi improvvisano».
Il percorso teatrale si basa dunque sulla consapevolezza che nell’Amleto di Shakespeare si scorgono tutte le sfaccettature della vita, complicate dalle esperienze di chi vive in Palestina: i riti di passaggio, il rapporto uomo/donna, il conflitto con la famiglia, le generazioni a confronto, la rabbia, la pazzia, l’amore.
E di queste sfumature raccontano in scena i giovani attori – cinque palestinesi, due italiani e un’unica ragazza italiana di genitori palestinesi – guidati dalla presenza attiva di Marco Paolini, sempre con loro, pronto ad accenderli o trattenerli, a indurre le loro reazioni e ad ascoltarli in uno spettacolo che palpita di lingue diverse (l’attrice traduce in italiano dall’arabo), di emozioni rivissute, di testimonianze. Parlano delle loro storie, che sono assieme particolari e universali: della paura della guerra, di genitori che ritornano in case distrutte, della dipendenza dalla droga, di sogni semplici ai nostri occhi, come quello di recitare o di vedere il mare: sogni semplici ma a inaccessibili se di mezzo ci sono i check point.
Amleto a Gerusalemme – Palestinian Kids Want To See The Sea è scritto da Gabriele Vacis e Marco Paolini e va in scena nella regia di Gabriele Vacis. Ne è interprete Marco Paolini assieme ad Alaa Abu Gharbieh, Ivan Azazian, Mohammad Basha, Giuseppe Fabris, Nidal Jouba, Anwar Odeh, Bahaa Sous, Matteo Volpengo.
Cura scenofonia, luminismi, stile Roberto Tarasco; i video e le foto di scena sono di  Indyca.
La produzione è del Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale con il patrocinio del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.
Lo spettacolo è in abbonamento per il cartellone Prosa, da mercoledì 4 maggio alle ore 20.30. Replica allo stesso orario giovedì 5, venerdì 6 e sabato 7 maggio, mentre domenica 8 la recita è pomeridiana con inizio alle ore 16.
Sabato 7 maggio alle ore 11.30 all’Antico Caffé San Marco, si terrà un incontro di approfondimento sullo spettacolo: parteciperanno Marco Paolini e gli interpreti della compagnia. Come di consueto l’iniziativa è a ingresso libero.
Per acquistare i posti ancora disponibili per lo spettacolo o per prenotazioni, ci si può rivolgere presso tutti i punti vendita dello Stabile regionale, i consueti circuiti o accedere attraverso il sito www.ilrossetti.it alla vendita on line. Ulteriori informazioni al tel 040-3593511.
Al posto del consueto schema di distribuzione, riportiamo alcuni appunti di Gabriele Vacis sui ruoli dei ragazzi palestinesi e italiani che possono essere utili a chi recensisce.
Alaa Abu Gharbieh: racconta la sua tossicodipendenza, la notte in cui il padre sta male e lui minaccia la madre con il coltello, poi si taglia la mano. Recita le parti di Amleto all’unisono con Mohammad e Nidal. Alla fine racconta “Casa tomada” di Cortazar…
Ivan Azazian: racconta insieme a Matteo Volpengo la storia dei suoi antenati armeni, dal genocidio del 1915 fino alla sua nascita a Gerusalemme. Canta il “Padre nostro” in armeno durante la costruzione della città. Dice “To be or not to be” in inglese durante l’azione del mare. Rende la sua testimonianza in video, in cui racconta del rancore nei confronti della madre che lo ha fatto nascere a Gerusalemme. Canta suonando la chitarra “Wayfaring stranger” e un altro pezzo armeno proprio sul finale.
Mohammad Basha: racconta la storia del suo amico Ahmad che crede nella magia. Guida la declamazione delle parti di Amleto in arabo classico. Alla fine è quello che dice: «sono io Amleto e voglio vivere».
Giuseppe Fabris: traduce dall’inglese le parti di Alaa e di Ivan, dice brani di Amleto: “ah, se questa mia carne troppo gelida…” e il finale insieme a Mohammed.
Nidal Jouba: racconta la storia di suo nonno fuggito in Giordania durante la guerra dei sei giorni, che torna e non trova i figli… È quello che sul passaporto ha scritto: nazionalità INDEFINITA. Racconta dell’appuntamento con suo padre a Gerusalemme, ma al checkpoint viene fermato e si innamora fulmineamente del soldato israeliano Ariella, alla fine viene incapsulato da un costume fatto di camere d’aria e malmenato brutalmente.
Anwar Odeh: è l’unica ragazza. È nata a Torino da genitori palestinesi. È bilingue. Non è un’attrice, ma una studentessa di relazioni internazionali. I suoi nonni abitano a Betlemme. Lei ha il passaporto italiano, ma se va in Palestina non può passare da Tel Aviv perché per gli israeliani, prima di essere italiana, è palestinese.
Bahaa Sous: racconta con Mohammed, il suo amico (al punto che Marco li battezza “Rosencrantz e Guildenstern”) il suo credere nella magia… Racconta della madre che lo porta in città vecchia a vedere la casa che la sua famiglia ha dovuto abbandonare nella guerra del ’67, la madre vede ancora la propria casa che invece ormai è una sinagoga, come tutte le altre cose che la madre vede e che ormai non ci sono più, finisce implorando la madre di lasciar andare le cose che non ci sono più. Poi distrugge la città. Racconta del padre che gli regala uno scatolone di fuochi d’artificio. Danza con Matteo mentre Marco racconta il senso del suo Amleto.
Matteo Volpengo: traduce all’inizio, dall’inglese, il racconto di Ivan. Dice la parte di Orazio in cui si descrive lo stato di all’erta della città, una terra continuamente in guerra. Dice “Essere o non essere” in italiano. Danza con Baha.
Naturalmente tutti partecipano alla costruzione della città e alla serie di azioni che si susseguono sulla scena.
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