«Kakšna usoda nas caka? - Quale destino ci attende?» Un punto di domanda in formato cubitale campeggiava sulla prima pagina dell'edizione di domenica 25 marzo del Primorski dnevnik, quotidiano in lingua slovena del Friuli Venezia Giulia, voce insostituibile di quasi tremila soci della cooperativa che lo edita e di alcune decine di migliaia di lettori, uno dei pochi quotidiani non italiani che si pubblicano nel nostro Paese.
Immerso nella lettura di libri e giornali, ecco comparire, ai miei occhi increduli, un vecchio numero del quotidiano “Il Piccolo”, è dell’ormai lontano 1976, 22 aprile, che reca l’ annuncio, come di una cosa fuori della normalità e quindi eccezionale, a distanza di trentuno anni dalla fine della seconda guerra mondiale, ben lontano, quindi, da odi, discriminazioni di sorta e vuote, inutili polemiche dense di sciocco nazionalismo, la notizia: “Bilinguismo alla Provincia di Trieste”. Leggo, ancora, più avanti, quasi stupito e insieme incuriosito. Ricordo, ho vissuto anch’io quegli anni, quando, al termine di consultazioni estenuanti, durate diverse e numerose settimane, veniva approvato, ma non da tutti i consiglieri dei partiti presenti nel Consiglio provinciale, un documento favorevole all’introduzione della lingua slovena nelle assemblee elettive della stessa Provincia di Trieste. Naturalmente, erede del nazionalismo più ottuso e limitativo, il MSI, scrigno di idee ammuffite ma sempre nefaste per la sorte della nostra città e per tutta l’Istria, esprimeva un voto nettamente contrario. E ancora, viene precisato, dal giornale citato… “il documento considera legittime le aspettative della minoranza slovena e ritiene diritto naturale di ciascuna nazionalità di esprimersi nella propria lingua”. Il PCI plaudeva, civilmente, “al risultato importante che alcuni mesi fa sarebbe stato impensabile ottenere, visto l’atteggiamento di netto rifiuto da parte della DC in primo luogo e anche di altre forze, sia di destra che di centro”. Sottolineo: siamo nell’anno 1976, alla fine del XX secolo!
Ma è proprio possibile che si dovette aspettare tanto per riconoscere un diritto così sacrosanto, di limpida civiltà e poi nella città mitteleuropea per eccellenza, multiculturale e un tempo multilingue, patria di Scipio Slataper che cercava con ansia la propria identità slava, tedesca o anche italiana e che inventava ne “Il mio Carso”… “il multiplo paesaggio letterario triestino” e in tale contesto, più tardi negli anni, Claudio Magris creava, con le sue riflessioni “il Mito asburgico”. La città di Joyce e Saba, dagli ampi orizzonti adriatici e mediterranei che risentiva peraltro di respiri danubiani e di un vago ma non tanto remoto influsso proveniente dal nord-nord est, dal sapore orientale e si doveva ancora difendere “dalla sindrome dell’identità fluttuante o minacciata”? E offriva, al viaggiatore che ospitava, il suo “punctum dolens” quale città ai margini di una frontiera, ma al contempo essa stessa “di frontiere, fatta di tanti confini che si intersecavano al suo interno, incrociandosi nei caratteri e nella vita dei suoi abitanti”. Era ed è quello stesso luogo di contraddizioni e di retrovie, che dava spazio a personaggi dalle tinte di un dileggio volgare e incivile, quello impersonato dal “Mirko Drek”, dell’immediato dopoguerra, ed in cui bambino, io vedevo emarginare, dai compagni di gioco, altri bimbi rei solo di parlare un altro idioma, diverso dall’italiano. Nel 1976, finalmente un barlume di solidarietà, di sana convivenza e di vera, nitida civiltà. E ora, mi risulta non è stata sviluppata completamente, per ostilità politiche e burocratiche, quel germe di comprensione, in questa città talvolta arroccata a causa di alcune associazioni e movimenti oscuri e residuali, vecchi e archeologici reperti di un malinteso amor di patria. Ancora, vedo incombere, con incredula trepidazione, la minaccia che l’unica voce della comunità slovena, il giornale “Primorski Dnevninik”, già “Partizanski”, debba ricorrere a risparmi iugulatori, per carenza o ritardi dei contributi pubblici per una crisi economica, talvolta a senso unico, ed in contrasto con la Costituzione. Attenzione, non ripetiamo l’errore dell’Italia fascista, quando si effettuava un oscuramento culturale dell’altra anima di Trieste, quella genuina e sincera di una slovenità incompresa e soffocata. Signor Prefetto Giacchetti, si vuole fare interprete, quale rapppresentante del Governo, presso le sedi opportune di Roma, per rispetto di una lingua, di tutto un patrimonio culturale al fine di non disperdere l’apporto di intelligenza che questo emblema di diversità tutta triestina, di origine autenticamente asburgica rappresenta?
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