STRACAPIRSE
Auditorium Biagio Marin
22 ottobre 2025 ore 20,30

C’è Ariella Reggio in scena a Grado all’Auditorium Biagio Marin mercoledì 22 ottobre alle ore 20,30. “Stracapirse” è il titolo dello spettacolo musicale scritto da Luciano Santin, per il progetto finanziato dalla Regione FVG “La lingua del cuor” del Circolo della Stampa di Trieste, che si avvale della collaborazione del Comune di Grado e dell’Associazione Internazionale dell’Operetta FVG che produce l’evento. Con Ariella Reggio, Marzia Postogna, Valentino Pagliei e Alexander Ipavec alla fisarmonica: raccontano una storia d’amore, ambientata nella Trieste appena annessa all’Italia, tra Jole, una “ragazza di Trieste”, e Gennaro, un ufficialetto napoletano della Sanità. Lui, figlio di un luminare della medicina partenopea, e lei, vispa ragazza di Cittavecchia, si incontrano, si piacciono, ma si comprendono sino a un certo punto. Cercano inutilmente, di “assestare” nel proprio contesto espressivo, termini che paiono familiari, ma generano insensatezza. La successione di gag ed equivoci dei quali entrambi sono preda, è decorata da un mélange di musiche e canzoni popolari, triestine e napoletane.
L’ingresso è libero fino ad esaurimento dei posti.
Tra i problemi del neocostituito stato italiano, vi fu (e in piccola parte permane) quella disomogeneità linguistica che si manifestò anche un secolo fa, nell’Alto Adriatico, alla fine della Grande guerra. A Trieste e dintorni, oltre allo sloveno e al tedesco, circolava un dialetto diverso dall’italiano standard. Basicamente veneziano ma infarcito di termini provenienti da altri idiomi, era il frutto della funzione marittima della città. Il problema non stava nelle parole incomprensibili, quanto nei trabocchetti costituiti dai «false friend», vocaboli simili ma dal significato completamente diverso.
Il notissimo verbo pomigar, ad esempio, avrebbe il suo corrispettivo fonetico ma non semantico nell’italiano pomiciare. Struccarsi, ancora oggi, qui vale stringersi, abbracciarsi, e nel resto d’Italia, invece, ripulirsi il viso dal make up, mentre l’avverbio volentieri continua a generare inutili attese e delusioni tra i visitatori ignari. Non voglio che mi copi, invece, può evocare una paura che va oltre il timore di un’imitazione, anche perché i cortei, invece che sfilare, possono rivelarsi micidiali armi bianche.