Recensione live: Gogol Bordello

Recensione Live: Gogol Bordello e Corpi Contundenti al Castello di San Giusto (Trieste)

Una notte di fuoco tra le mura del Castello

Martedì 11 agosto 2026, la suggestiva cornice del Castello di San Giusto a Trieste ha ospitato una nuova e imperdibile tappa punk-rock della stagione estiva organizzata da VignaPR. Una serata ad alto tasso di adrenalina, che ha visto alternarsi sul palco la vivace scena underground locale e una delle band gypsy-punk più celebri e travolgenti al mondo: i Gogol Bordello.

L’apertura: L’energia e le contraddizioni dei Corpi Contundenti

Alle 20:15, con il piazzale che iniziava a riempirsi, la serata si è accesa con l’esibizione dei Corpi Contundenti, band post-punk e rock alternativo di Trieste. Conosciuti per la loro auto-definizione ironica e provocatoria — “Come se Noam Chomsky, Jean Baudrillard e il cantante dei Tokio Hotel si ritrovassero allo stesso tavolo durante un matrimonio in Romania” — e guidati dal motto “Materialismo di base e realismo magico”, il gruppo ha sprigionato una rabbia e uno scatenamento in pieno stile punk.

Il frontman ha dimostrato una grandissima abilità nel gestire la situazione, trascinando il pubblico con un set tagliente e imprevedibile. Basti pensare alla seconda canzone, un vero e proprio inno a Radio Tirana in cui le frasi ripetute riportavano i termini Shalom e pace, specchio di quell’incongruenza tipica dei gruppi punk capace di mescolare momenti dolci a passaggi scatenati e martellanti. Se non fosse stato per una bestemmia a inizio concerto, il resto della performance avrebbe toccato tranquillamente il voto di 10 e lode. Un impatto scenico e stilistico completamente diverso rispetto ad altre realtà (come fatto notare in precedenti live, vedi Editors), ma che lascia spazio a riflessioni sull’uso di certe espressioni.

Il ciclone Gogol Bordello: Gypsy punk senza confini

Alle 21:30 il palco è stato preso d’assalto dai Gogol Bordello. Fondati a New York nel 1999 e guidati dall’inarrestabile e carismatico frontman ucraino Eugene Hütz — affiancato dai suoi iconici baffi e da performance selvagge —, la band ha confermato la sua fama di festa itinerante ad altissima intensità.

Il concerto è stato un viaggio sonoro di circa 1 ora e 50 minuti, guidato dalla scaletta ufficiale del We Mean It, Man! Tour 2026. Brani storici e tiratissimi come Ignition, Not a Crime, Immigrant Punk e Wonderlust King hanno fatto saltare e scatenare le folle, complice un mix strumentale unico: violini, fisarmoniche, ukulele e percussioni che fondono il punk rock con le tradizioni dell’Europa dell’Est, sfiorando persino influenze reggae, celtiche, caraibiche e carioca.

Lo show è cresciuto vertiginosamente tra cambi continui di chitarre, casse lanciate giù dal palco, salite e discese su rialzi e un’interazione costante e ravvicinata con il pubblico, culminando nei bis immancabili di Start Wearing Purple, Pala Tute e Alcohol.

Le mie impressioni: Tra adrenalina e amarezza linguistica

Vivere i Gogol Bordello dal vivo è un’esperienza che trascina e unisce, un vero e proprio pacco saltellante e irriconoscibile per la sua unicità. Tuttavia, la serata ha lasciato spazio anche a qualche nota stonata sul piano del linguaggio.

Se da un lato il finale è cresciuto in un vortice di esaltazione e potenza scenica, dall’altro l’uso di imprecazioni e bestemmie da parte degli artisti — culminato anche nella ripresa di tali espressioni — lascia inevitabilmente l’amaro in bocca. Una volta di più, vien da chiedersi come mai spesso gli artisti stranieri in tour in Italia finiscano per imparare e riproporre proprio le uniche parole legate a maledizioni o volgarità, sminuendo in parte la pulizia e la bellezza di una comunicazione artistica che potrebbe fare a meno di certi scivoloni verbali.

Una serata a due facce: da una parte la straordinaria potenza musicale e la festa liberatoria dei Gogol Bordello unita alla grinta locale dei Corpi Contundenti; dall’altra la perplessità che, tra una bestemmia e l’altra, avrebbe potuto brillare di pura luce artistica senza ricorrere a inutili volgarità, ma forse il punk rock alternativo deve proprio lasciarti questa sensazione?

Laura Poretti Rizman

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